A chi servono i sacrifici dell’austerità?

La Banca d’Italia fornisce l’ennesima riprova del fatto che l’austerità non serve a migliorare le finanze pubbliche. Stando al suo ultimo bollettino, infatti, il debito pubblico è ulteriormente aumentato, superando i 2mila miliardi di euro. Come diceva John Maynard Keynes oltre 70 anni fa: «non c’è possibilità di equilibrare il bilancio eccetto che con l’aumentare il reddito nazionale».

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, semplicemente l’ennesima riprova della bontà delle idee dell’economista inglese. L’austerità fa aumentare e non diminuire il debito pubblico. Dopo tutto, i dati degli ultimi 3 anni sono inequivocabili: ovunque si sia intrapresa la via dell’austerità il bilancio pubblico è inevitabilmente  peggiorato (Figura 1).

debito pubblico 2010-2012

Inoltre, tali politiche hanno finito per aggravare ulteriormente la crisi, come hanno poi ammesso anche i suoi stessi più strenui sostenitori. Questa ammissione di colpa non deve però distogliere l’attenzione da un punto fondamentale: il problema non sta nel fatto che la cura sia palesemente sbagliata, come quasi tutti ormai vedono e ammettono. Attenzione. Il problema sta nella diagnosi: il debito pubblico e le finanze allegre degli Stati del sud, infatti, non centrano un bel niente con la genesi della crisi. Ci si è scagliati contro il debito pubblico come se fosse il peggiore di tutti i mali quando il problema in realtà stava altrove. Un semplice sguardo ai dati lo dimostra: nei paesi colpiti in sequenza dalla crisi, il debito pubblico stava calando (Figura 2). Il tutto a prescindere dalla considerazione del fatto che quel debito sia denominato in una moneta non sovrana qual’è l’Euro per l’Italia e i paesi dell’Eurozona.

debito pubblico 1999-2007

Inoltre, il livello complessivo del debito pubblico nel 2007, prima della crisi dei mutui subprime negli Stati uniti, in alcuni casi era bassissimo (Figura 3).

livello debito pubblico 2007

In realtà, ciò che stava aumentando a dismisura dall’anno di ingresso nella moneta unica fra i paesi del sud, i cosiddetti PIIGS, era il livello del debito privato, in gran parte verso l’estero (Figura 4).

debito pubblico - privato - estero 1990-2007

Dunque, se il problema è l’elevato debito del settore privato (famiglie e aziende), non c’è da stupirsi che i tanto invocati tagli alla spesa pubblica e i maggiori oneri fiscali richiesti ai cittadini (vedi Imu) facciano aggravare ulteriormente la situazione, ficcando l’economia in una spirale al ribasso senza uscita. L’equazione è semplice: una minor spesa pubblica sommata a una maggiore tassazione provoca una diminuzione dei redditi, ossia meno soldi nelle tasche dei cittadini (qualcuno a questo punto potrebbe essere stupito nello scoprire che la tanto stigmatizzata spesa pubblica è in gran parte reddito di privati cittadini: insegnanti, medici, personale sanitario, imprese di costruzione). Ovviamente, una delle principali conseguenze del calo dei redditi è che sarà più difficoltoso per le famiglie e le aziende ripagare i debiti contratti in passato (vedi Figura 5), si entra in quella situazione che viene definita dagli economisti deflazione da debiti.

sofferenze bancarie

Tutto ciò comunque non deve trarre in inganno: l’austerità non è frutto della totale incompetenza da parte dei tecnici (o almeno si spera) ma della più semplice e banale volontà da parte dei creditori esteri, che hanno prestato tanto denaro (e male) ai paesi del sud, di riscuotere il più velocemente possibile gli insoluti. Pensateci, l’austerità in fondo serve  a prendere denaro dalle tasche dei cittadini per trasferirlo nelle casse dello Stato (lo so le finalità sono anche altre e ne parleremo); dalle casse dello Stato quei soldi finiscono in quelle delle istituzioni europee sovranazionali create per “salvare” gli Stati in difficoltà (vedi il grafico tratto dal solito bollettino della Banca d’Italia, p. 3): parliamo del Fondo Salva Stati e del suo attuale erede, il Meccanismo Europeo di Stabilità. Da questi organismi, i fondi vengono poi trasferiti ai paesi in difficoltà (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e di recente Cipro), in modo che questi paesi possano così ripagare i propri debiti (per lo più privati come abbiamo visto, non pubblici!) e restituire i soldi ai loro creditori. E chi sono i loro creditori? In primis, banche tedesche e francesi che, da un lato, hanno acquistato i titoli di Stato dei paesi della periferia; ma dall’altro, soprattutto, hanno prestato soldi a famiglie, aziende e banche del sud Europa, facendo così aumentare il debito privato verso l’estero di questi paesi.

sostegno italia paesi UEM

I canali dell’indebitamento privato verso l’estero di questi anni sono stati ovviamente diversi. Uno di tipo puramente commerciale: il saldo fra esportazioni e importazioni era per molti Paesi negativo (compravano più prodotti dall’estero di quanti gliene vendessero). E uno di natura puramente finanziaria: obbligazioni nazionali acquistate da acquirenti esteri (che sono un debito per chi le emette e un credito per chi le acquista), raccolta bancaria all’estero (i depositi di non residenti sono passività estere per la banca), prestiti contratti dal settore bancario con banche estere (che poi diventavano spesso prestiti a famiglie e aziende nazionali), pagamento di redditi, interessi e dividendi a non residenti. I due canali hanno poi finito per alimentarsi a vicenda: alcuni Paesi infatti importavano i prodotti esteri con i soldi che l’estero gli prestava.

Era ovvio, però, che prima o poi questo meccanismo fosse destinato ad incepparsi creando tensioni fra una classe di Stati debitori (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia) e una di Stati creditori (Germania, Olanda, Finlandia) in seno all’Unione Monetaria (Figura 6).

partite correnti EUZ

Ciò che va sottolineato, però, è che la posizione di creditori netti per i Paesi del nord sarebbe stata impossibile se i Paesi del sud Europa non avessero accettato in qualche modo la condizione di debitori netti. Inoltre, non bisognerebbe dimenticare che, in economia, la valutazione del merito di credito spetta al creditore e non al debitore: se presto i miei soldi a qualcuno che, in caso di problemi, difficilmente potrà ripagare il suo debito non posso poi accusarlo di “aver vissuto al di sopra delle sue possibilità”.

L’austerità, dunque, va anche vista come il frutto avvelenato di un’impostazione totalmente asimmetrica tipica dell’ideologia mercantilista, che tende a valutare in maniera del tutto moralistica e unilaterale il rapporto fra debitori e creditori: chi esporta (creditore) è bravo mentre chi importa (debitore) è cattivo e deve accollarsi tutto l’onere di sanare lo squilibrio, anche a costo di imporre ai cittadini condizioni disumane. In realtà, di morale non c’è proprio niente, dal momento che l’uno non potrebbe esistere senza l’altro. Debitore e creditore, a ben vedere, sono le due facce inscindibili della stessa medaglia.

Daniele Della Bona

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9 risposte a A chi servono i sacrifici dell’austerità?

  1. Alessandro d'Elleni ha detto:

    Praticamente “i salvataggi che non ci salveranno” versione 2.0 ma invece delle risposte di wray a cesaratto che ne pensi? e secondo te (daniele) quanto i saldi target 2 hanno influito nelle dinamiche di spread e indebitamento estero? grazie del tempo.

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  4. Arianna ha detto:

    Veramente OTTIMA analisi della situazione. Complimenti!

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